L’osteria, che la gente moderna finge di non capire più a dispetto degli scempi che ha ricevuto, resta uno dei luoghi meravigliosi del nostro paese, una riserva di fede nella vita e di gioia segreta appunto perché velata di melanconia. I suoi personaggi, si mettono in guardia dal futuro che sembra arrivare prima del presente che,nell’età moderna arriva prematuramente da ridurlo ad un tempo così breve da parere irreale. Nella vita, credono ad una sola cosa, a se stessi. Si trascinano piegati, anche se giocano con una squadra di grattacieli. Ubriaconi perché intertainer falliti, stanchi apologeti. Fingono di immaginare, riuscendo così a trovare la loro verità segreta quella dolente della segregazione o degli aforismi brillanti. Credono che la devozione sia un inganno senza solennità né pietà. Vivono un universo contorto, frantumato dalla luce che ora diventa violenta, in cui sembrano non muoversi di propria volontà. Gli allegri cavalieri, narrano questo mondo, fatto di un passato e di un presente nettamente divisi, dove il presente è il vero tempo dell’eterno vissuto in ogni attimo. Un travaglio umano e poetico che si appella della fede che trae dell’ armonia del dolore.  Un male nel quale s’ insinua una fragile ipotesi di salvezza, un incontro tra amici alla romana, cioè in dialetto, che è quello strumento con cui un sistema culturale può codificare le regole delle sue modificazioni interne, prendendo tutto il veleno dentro al sorriso. Quell'aspetto così assurdo e divertente che mitiga le angosce umane e trova la sua forma definitiva, la conciliazione. Il gergo romanesco contiene in sé una sensazione colorata, grazie alla purezza della passione, certe espressioni hanno gradazioni di luminosità, profondità e capacità di conferire un senso evocativo e suggestivo. Il loro amor proprio d'osteria, con quella ricchezza di immagini, presuppone una esplosione di colori che mi restituisce "Sennelier" con i suoi morbidi pastelli ad olio.

1975
"AL MANCINO"
Riproduzione d'Arte
cm. 32x48


Piazza Campo dé Fiori